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Crystal Salt
  • Immagine del redattoreCristina Deutsch

Sul mio romanzo „L'albero dei coccodrilli”. Intervista con me stesso. Parte I.


Sono seduta a pensare, mi era venuta l'idea di iniziare a scrivere qualcosa sul romanzo, visto che è già in stampa e si può preordinare sul sito della casa editrice Eikon. La scelta più difficile è stata decidere su che cosa fosse più importante scrivere: come mi è venuta l'idea dell’romanzo L’albero dei coccodrilli? Sul „processo creativo” stesso? Sui personaggi? Comunque, avendo ricevuto varie domande su Facebook, via e-mail e tramite chat mi è venuto in mente che la soluzione migliore sarebbe stata, almeno in questa prima fase, raccogliere tutte queste domande e rispondere nello stesso modo in cui lo farei in un'intervista.

Poiché ci sono abbastanza domande (e poiché amo parlare incessantamente) lo dividerò in episodi, una domanda per ogni post. Se ti piace l'idea e se hai altre domande, ti aspetto con messaggi nei commenti/ su Facebook/ via email, ciascuno come può e come sente il bisogno.


Domanda numero 1 (voci multiple, faccia a faccia con l'autrice): Cos'è quel Albero dei coccodrilli?


Traduzione della domanda in linguaggio giornalistico: Come hai scelto il titolo «L’albero dei coccodrilli»?


Risposta alla domanda numero 1 (risposta ufficiale): Il titolo è venuto come impulso creativo durante il processo di scrittura. Volevo evocare un'immagine forte e inaspettata che sorprendesse i lettori e stuzzicasse la loro curiosità. Inoltre, l'idea dei coccodrilli si riferisce all'apprendimento delle lezioni della vita nel modo più duro e all'adattamento all'ambiente, che si adatta perfettamente al tema del romanzo.


Risposta non ufficiale alla prima domanda: Una notte, qualche anno fa, credo fosse intorno al 2012 se la mia memoria non mi inganna (ma sono troppo pigra per tirare fuori il manoscritto adesso per controllare...) ho sognato questo ragazzo pelato che mi prendeva in giro: „Senti, quando inizierai a scrivere?” „Scrivere cosa, chi diavolo sei, non vedi che sto dormendo?!” „Cosa intendi con cosa scrivere? Scrivi su di me!” „E tu chi cavolo sei?” gli ho risposto seccata. „Cosa vuoi dire? Sono Bebe. Bebe Boian. E assicurati che non ti metti a cambiare il titolo. Si chiama „L'Albero dei Coccodrilli”, capisci? E così deve rimanere!”. Mi sono dimenticata di lui per alcuni giorni, ma l'individuo è stato insistente. Continuavo a scervellarmi per capire da dove lo conoscessi, ma non avevo idea di chi fosse, non somigliava nemmeno vagamente a nessuno. Insomma, finché non gli ho chiesto qualcos'altro, se n’è andato. In un certo senso prendo sul serio i miei sogni. Pertanto, volens nolens, ho messo da parte altre cose da fare e ho iniziato con „L’Albero dei coccodrilli”. A essere onesti, all'inizio non avevo veramente idea che cosa poteva essere con questo titolo, non sapevo cosa rappresentasse, e credo di averlo scoperto solo quando il romanzo ha iniziato a prendere forma. È ovviamente una metafora che potrei spiegare molto bene in un'immagine in movimento, e questa è stata una delle cose che mi ha tormentato, che non ci sono copertine di libri con immagini in movimento: quel coccodrillo che tu vedi sulla copertina avrebbe dovuto sbattere le zanne ogni tanto. La chioma dell'albero avrebbe dovuto muoversi quando soffiava il vento e il paesaggio dietro di esso avrebbe dovuto cambiare continuamente. Ma la storia della copertina è un'altra cosa, ci tornerò su questo argomento al suo tempo. Tutti possiamo essere, a un certo punto, coccodrilli famelici o vittime fatte a pezzi, che giacciono all'interno del nostro albero personale. Succede (è vero, raramente, che li abbiamo anche tutti nello stesso tempo). I coccodrilli si muovono, sbattendo i denti, scivolando con le zampe attraverso la linfa dell'albero, su, più in alto che possono, vogliono uscire da lì e afferrare le tue gambe. Eppure, allo stesso tempo, il povero coccodrillo viene spinto giù, ancora più in basso, la sua coda è conficcata nel terreno come una radice, vuole uscire, batte le fauci per la disperazione, ma qualcuno dall'alto lo spinge senza pietà. È solo una questione di prospettiva, no?



Ecco un frammento del romanzo che ho scelto per illustrare questa prima puntata. E, se avete commenti/ suggerimenti/ domande, vi aspetto nei commenti/ sull’email/ su facebook, dove volete e dove potete.


Frammento dal romanzo L'albero dei coccodrilli:


„Sfogliò le foto sul letto e trovò subito quello che cercava, sembrava che fosse lì dall'inizio solo che non l'aveva visto, forse perché lo ricordava in modo completamente diverso. Non era quadrato, ma tondo, ritagliato da una mano poco esperta e poi incollato su un cartoncino ingiallito e sottile. Era tentato, tuttavia, di chiedersi perché non avesse attirato la sua attenzione; ma aveva imparato per esperienza che noi vediamo, con la massima difficoltà, proprio le cose che si trovano davanti ai nostri occhi. Raccolse tutto, rimise a posto la scatola, con cura, e portò con sé il bottino in cucina. Lì, sulla tovaglia di plastica ben lavata del tavolo, le cose erano molto più chiare. Si prese la testa tra le mani chiedendosi, retoricamente, come mai quell'idiota di Modreanu fosse arrivato ad accusarlo di aver falsificato il programma scolastico. Ok, non ha nemmeno capito bene cosa intendesse con questo il deficiente. Ammetteva di essere disordinato, l'aveva detto tante volte il nonno, e succedeva spesso che perdeva quel foglio, si infilava, non si sa come, dietro a qualche libro, oppure finiva tra le pagine di un quaderno. Una volta l'ha persino trovato nascosto sotto il tappeto, e questo solo dopo una settimana di ricerche. Se fosse per lui, non sarebbe nemmeno andato a chiedere conto a Modreanu: la sua eccitazione, l’agitazione iniziale, dopo che si erano parlati al telefono, era stata davvero genuina; ma ora, il solo fatto che avesse bisogno di uscire di casa per una cosa del genere lo rendeva indisposto. Si era permesso di prenderlo in giro al nonno, proprio questo era il dettaglio che lo infastidiva di più, non aver avuto una risposta devastante in quel momento. Beh, certo, le orecchie di Flax... quando era più giovane aveva lottato giorni interi per inventare un sistema che li poteva sistemare al loro posto, le aveva incollate con grossi pezzi di scotch, rubati da un cassetto, ma nonostante la cura con cui aveva lavorato, il risultato non era stato davvero all'altezza delle aspettative. Lo scotch si era attaccato ai capelli in alcuni punti, perdendo la sua forza, e dopo soli venti minuti, nemmeno mezz'ora, la presa cominciava ad allentarsi, lasciando le orecchie arcuate nella bizzarra forma di un piccolo cornetto. A un certo punto aveva anche pensato di tagliarli, ma non aveva deciso quale strumento sarebbe stato meglio usare, le grandi forbici da sarto, le forbicine da unghie o il rasoio del nonno. Non li avrebbe tagliato completamente, li avrebbe solo aggiustato così, sui bordi, per dargli una forma... Ma aveva paura del dolore, non riusciva a superarlo, si era dato persino dei pizzicotti con le unghie sulle punte per vedere come sarebbe stato e, perfino così, gli erano uscite le lacrime agli occhi... Nell'ultimo anno, però, aveva cambiato verso; aveva chiesto al nonno di portarlo dal barbiere e di farli tagliare i capelli corti, secondo il regolamento. La criniera riccia, come il pelo di un barboncino, stava davvero bene, e alcuni professori gli passavano la mano sulla testolina mormorando: „bravo studente, è così che ti voglio!”. Era regolare; quindi avrebbero dovuto essere regolari anche le orecchie. Due foglie di cavolo appese dai lati della testa.„Dumbo! Ehi, Dumbo!”, gridavano i suoi colleghi, „orecchie a sventola!” – e a questo Flax gli aveva prontamente risposto con „le orecchie a sventola ce gli ha tuo padre!”. Aveva preso una batosta ed era uscito con un dente sbeccato ma, secondo lui, ne era valso l'investimento. E il ragazzo nella foto, che sembrava più o meno della sua età, intorno agli 11-12 anni, aveva le stesse orecchie. Sì, anche la ragazza, ma era una privilegiata, da sotto le grosse code, usciva una sola, con la delicatezza di una vongola. Eppure, proprio all'inizio dell'anno, quelle orecchie lo avevano aiutato a vendicarsi. La lezione di storia. Con quella professoressa ossuta con gli occhiali, sempre vestita solo di marrone. Flax non era proprio il suo preferito, ma quasi: aveva una buona memoria e sembrava amare la storia. Pronunciava la lezione lentamente, con gli occhi chiusi, concentrato, era costretto, per natura, a immaginarsi tutte quelle battaglie, e il modo in cui il re sedeva sul trono, come montava a cavallo e così via. Si vedeva che stava assaporando la storia stessa, masticandola bene e servendola alla professoressa. Ma la lezione sull'Olocausto è stata la cosa peggiore sulla terra. Sicuramente peggiore dell'Olocausto stesso, si era detto Flax. Almeno non sarebbe stato solo lì. Dopo che la professoressa aveva finito di fare la presenza e aveva già ascoltato tre studenti (e Flax stavolta era scappato), già si erano insinuate delle risatine che, soprattutto negli ultimi banchi, si erano via via trasformate in nitriti da cavallo rilasciati apparentemente per caso, soprattutto quando la professoressa era impegnata a scrivere sulla lavagna dando le spalle agli studenti. Per fortuna era nel primo banco, praticamente quelli che lo vedevano davanti erano pochi, più precisamente le due ragazze sedute di lato e la prof. La faccia di Flax sembrava esattamente come la pubblicità di una pentola a pressione. Non riusciva a vedere questo, ma sapeva benissimo che stava arrossendo, e continuava a chiedersi quanto, e questo lo rendeva ancora più rosso, era sudato, ribolliva dentro e fuori. Cercò di calmarsi, di smettere di pensare, ma già gli bruciavano le punte delle orecchie. Solo 50 minuti! 50 minuti passano in fretta. Cosa sono 50 minuti? E se contavi, in realtà era rimasta solo mezz'ora. E non era nemmeno una lezione di fisica. Non si poteva paragonare la lezione di storia alla lezione di fisica, e questo lo calmò un po' - non c'erano dubbi, niente al mondo poteva essere più orribile della lezione di fisica. Oppure si era dimenticato di come aveva fatto finta di svenire quando la professoressa lo aveva invitato alla lavagna per risolvere il problema? Aveva preso comunque un 4, perché non si era ripreso in tempo. „Dai, Flax, imparerai la lezione per prossima volta e vedrai che ti sentirai meglio...”, gli aveva detto lei, accarezzandogli teneramente la testa, e lui aveva alzato lo sguardo con un faccia da cucciolo riconoscente. Gli era stata concessa una pausa, un po' di tempo per pensare che forse non ci sarebbe mai stata una prossima volta. Diede un'occhiata furtiva all'orologio e si rese conto, con stupore, che il suo intero viaggio mentale era durato non più di quattro minuti. „Come va Flax, ci stiamo annoiando?”, si sentì la voce della prof. Fece finta di non aver sentito niente, o forse la domanda non era nemmeno rivolta a lui... „Dai, studente Flax, sentiamo dalla vostra signoria cosa ne pensa dell'Olocausto... O non sei presente?". Flax si alzò in piedi, con movimenti estremamente lenti, come se cercasse di dargli abbastanza tempo per cambiare idea. Ma sembrava che avesse vinto il grande sorteggio, la professoressa era lì a fissarlo, in attesa. „Sono qui, signora”, disse con voce assolutamente pietosa, e l'intera classe rise. Era presente, come cavolo poteva non esserci presente a un evento del genere? Poteva essere presente lì, in caso di bisogno, pure con tutta la sua famiglia, vivi e morti, insieme. „Ma senti, Flax, non è che tu, per caso, fossi ebreo?”, chiese la prof con una faccia perplessa. Si sentì salire e scendere di colpo, successivamente, come su una montagne russe. Il sangue, tutto sangue disponibile, si era accumulato sugli zigomi e soprattutto sulle punte delle orecchie che erano diventate scarlatte. Da qualche parte, dal fondo della classe (di nuovo) si udì una risata grossa: „Flax, bello, ti prenderemo per le orecchie e via nel forno con te!”.Ne seguì un copioso rutto che sembrò, almeno a prima vista, collettivo. Anche quelle ragazze sedute di lato ridevano con le mani sulla bocca. L'insegnante ha provato a fare ordine picchiettando il bordo del righello sulla sedia, ma è stato inutile. Il sangue percosse rapidamente il tragitto dalle orecchie alle braccia e poi alle gambe, e quando aveva afferrato lo schienale in legno e metallo della sedia, era davvero calmo. Calcolato e calmo. Aveva colpito il suo nemico dritto in faccia, passandogli una delle gambe della sedia sui denti. Quello era caduto, insanguinato, con le braccia spalancate, come a implorare pietà: „È pazzo, è pazzo!Flax!!! Non gli ho fatto niente! Era uno scherzo! Era uno scherzo!”. Flax gli avrebbe dato un altro colpo ancora, assetato, ma dovette accontentarsi di un calcio nelle costole, era rimasto senza sedia, gli era già stata tolta. La professoressa esaminò il ferito, come se fosse un caduto sul campo di battaglia di chissà quale guerra dimenticata, e conclude seccamente: „Dobbiamo chiamare l’ambulanza, si è spaccato la testa!”. Poi, senza emozione: „Allievo Matei, quando avrai l’intenzione di farti di nuovo male, ti chiederei di non farlo nella mia classe. Ci siamo capiti?!”. Comunque era venuto fuori un gran casino, con il consiglio professorale e tutta la ciurma, e Modreanu aveva pensato che la soluzione più etica fosse espellerli entrambi e basta, così se ne era lavato in qualche modo le mani. Aveva detto a Matei, non molto severamente, che „se ti ha picchiato, vuol dire che te lo sei meritato” e gli aveva consigliato di non lamentarsi così tanto. Non aveva detto niente a Flax, non che gli dispiacesse per lui o altro, semplicemente non sapeva cosa dire, aveva cercato una soluzione nel suo manuale di pedagogia, ma non aveva trovato problemi simili. Se fosse stato onesto, avrebbe preferito che la situazione fosse esattamente l'opposto: se Matei avesse spaccato la testa a Flax, sì, quella era davvero una cosa. Avrebbe accusato Flax di disturbo delle lezioni, anche di odio razziale, perché no? – e lo avrebbe buttato fuori in un batter d’occhio. Ma c'era anche quello là, Boian, che non gli dava un attimo di tregua. „Flax? Flax chi? A... l’allievo. Vuoi dire Rex per caso?” - e gli aveva gridato che non esiste nessun Rex, ma cosa pensava, che questo è un rifugio per animali o una scuola?! E poi, guarda, questa era la prova, non conosceva nemmeno i suoi allievi, quale dimostrazione migliore di questa, che non si era integrato nel collettivo, voleva? Boian scrollò le spalle con indifferenza: Flax-Flex-Rex, che gli importava a lui?”. (Cristina Deutsch. Arborele de crocodili/ L'albero dei coccodrilli. Ed. Eikon, 2023, p. 582-585)

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